venerdì 3 luglio 2009

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10...

Con il voto favorevole del Senato, si è concluso l'iter del famigerato pacchetto sicurezza. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che include molti punti su tematiche variegate, e a questo proposito, ho trovato interessante il commento che ne ha dato ieri Giuseppe Cruciani all'inizio della trasmissione.

Riassumo il Crux-pensiero: Ci sono valutazioni opposte da parte di maggioranza, opposizione e Chiesa che non entrano mai nel merito delle singole norme. Da una parte Berlusconi dice che così si garantiscono i cittadini come se davvero questa legge trasformerà d’incanto l'Italia in un oasi di tranquillità, e dall'altra le opposizioni parlano di danno per il paese, di privazione di libertà, di leggi razziali, mentre la Chiesa dice che la legge porterà dolore. Bisognerebbe invece considerare ogni singolo articolo della legge e commentarlo a parte.

L'approccio non è sbagliato. E in effetti, andando a sviscerare i diversi aspetti della legge, mi capita di condividerne alcuni (le norme anti-racket, quelle contro i "graffitari", e contro l’uso dei bambini per l'accattonaggio), a disapprovarne altre (il reato di clandestinità, le ronde), e ad essere molto dubbioso su altre ancora (la permanenza dei clandestini negli ex CPT fino a 6 mesi, gli spray per autodifesa). Non è banale barcamenarsi, oggettivamente.

Tuttavia, in considerazione del fatto che l'aspetto dominante della legge è sicuramente quello delle norme anticlandestinità, faccio fatica a non dar ragione a chi vede, almeno parzialmente, in questa legge un tributo alla lega che porta a compimento il suo megaspot xenofobo (non razzista che significa un'altra cosa) con norme dalle etichette appariscenti ma dalla dubbia efficacia e con effetti potenzialmente controproducenti: prima di tutto l’intasamento dei tribunali e, in un secondo momento, delle carceri (per i clandestini recidivi), ma poi anche un inasprimento dell'attrito sociale dovuto ad una integrazione che anziché essere facilitata viene invece ostacolata anche per chi non commette reati. E quest'ultimo è proprio l'aspetto che io considero più preoccupante.

Questo è il motivo per cui, se io fossi stato un senatore, avrei votato no a questa legge, tenendo conto che, per via della questione di fiducia posta del governo, non era possibile proporre emendamenti, e pertanto il tutto andava accettato o respinto nella sua integralità. E ad un Mario Giordano qualsiasi, che sul quotidiano che dirige titola un suo editoriale "Pur di votare no l’opposizione aiuta la mafia" io, risponderei che lo perdono perché in fondo non sa quello che dice. Ma solo dopo aver contato da 1 a 10. Lentamente. Molto, molto, molto lentamente.

giovedì 2 luglio 2009

Aggiungi un posto a tavola

…che c'è un amico in più! E l'amico in questione, del nostro caro leader Berlusconi s'intende, è Luigi Mazzella, giudice della Corte Costituzionale, quella stessa Corte che in ottobre si pronuncerà sulla legittimità del famigerato lodo Alfano, del quale il cavaliere, come noto, è il "massimo beneficiario", per usare un eufemismo.

Di cosa stiamo parlando? Il giornalista Peter Gomez ha pubblicato sull'Espresso un articolo dove si dà conto di una cena, che ha avuto luogo lo scorso maggio a casa del giudice Mazzella, a cui oltre al padrone di casa hanno presenziato anche l'altro giudice della Consulta Paolo Maria Napolitano, Silvio Berlusconi, Gianni Letta e –toh, che coincidenza!– il ministro della giustizia Angelino Alfano.

Apriti cielo. Nel giro di breve si sono scatenate mille polemiche, a lungo sviscerate anche durante la Zanzara di ieri, tra chi come Di Pietro parla di “cena carbonara e piduista” che umilia l'istituzione della corte costituzionale, compromettendone la credibilità, e chi invece, come Niccolò "mavalà" Ghedini, Vittorio Feltri (vedi il suo articolo di apertura su Libero di oggi) e Gianluigi Nuzzi, quest'ultimo giornalista di Panorama e quindi dipend... === Cough! Cough! Ooops… :-) === intervenuto ieri in trasmissione, che sostengono la tesi della normale e legittima frequentazione reciproca tra alte cariche dello stato.

E non basta: il giudice Mazzella, risentito per le polemiche, ha scritto una lettera aperta a Berlusconi, nella quale, con toni piccati verso gli “inquisitori” (colpevoli di “barbarie”) e mielosi verso il premier (“caro Silvio”, “amico stimato”), rivendica il diritto alle proprie libertà personali.

Come ha giustamente osservato ieri Giuseppe Cruciani, il problema qui non è di diritto, di libertà, o di legittimità, e neanche, al contrario, di eversione, di piduismo, ma di opportunità. Cito il conduttore quasi testualmente: “Anche senza addentrarsi nei complessi trascorsi di Berlusconi con la Consulta, c'è una logica evidente, solare, che un incontro del genere è improponibile, è inopportuno, non si deve fare. Punto”. E poi la chicca finale: “per sostenere ciò non serve essere antiberlusconiani per forza”.

Tutto condivisibile, anche se mi vien da sorridere per quel distinguo finale, quel voler esplicitamente marcare comunque la propria distanza dai soliti detrattori patentati del cavaliere. Che sia mai che il nostro Crux possa essere scambiato per un odiatore anti-berlusconiano lobotomizzato dalla "ossessione di una vita". Piuttosto la morte.

Più ancora delle parole di Cruciani, però, desidero sottoscrivere "al 150%" il commento di Luigi Ferrarella, ottimo editorialista del Corriere della Sera, sull'edizione odierna del quotidiano di Via Solferino. Ne cito un passo:

L'organo massima di garanzia, per i cui giudici non esistono istituti formali di ricusazione o astensione, può vivere solo del proprio prestigio. Di questo passo, non ne resterà ancora molto. Perché gli ingredienti della cena rivelata dall'Espresso non arrivano ora a sorpresa. E' un menù già assaggiato mesi fa nella scandalosa impasse dei veti o scambi incrociati partitici nell'elezione dei giudici di nomina parlamentare. [...] E il sapore che si sentiva già nelle parole di un premier nel 2001: «La Corte Costituzionale dovrebbe essere arbitro e non lo è, è in mano alla sinistra». Quel premier era, nel mandato precedente, Silvio Berlusconi.

Già, Berlusconi. Proprio colui che per molto meno, per delle firme su documenti di critica all'operato del governo, ha definito un magistrato che doveva giudicarlo nell'ambito del processo Mills “nemico politico”. Pensate a cosa sarebbe successo se negli scorsi mesi Nicoletta Gandus fosse andata a cena con Di Pietro (cosa che, giusto per chiarire, sarebbe stata ugualmente inopportuna). La fine del mondo.

E' vero che Mazzella non è un magistrato e che il paragone è in parte improprio, ma questi deve comunque esprimere un "verdetto" che tocca da vicino il premier, in un delicato incastro istituzionale che richiede assoluta circospezione e sensibilità. Se per Berlusconi l'imparzialità di un giudice è un concetto fondamentale, egli deve attenersi a questo principio sempre, in modo scrupoloso. Non può ora fare allegramente spallucce solo perché, a questo giro, il giudice sta dalla sua parte.

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Sigla finale: The Cure, "Lullaby" (1989). Spiderman is having me for dinner tonight...






mercoledì 1 luglio 2009

Morti ancora caldi

Più che della tragedia di Viareggio in sé, alla Zanzara di ieri si è trattato il tema della contestazione di cui Berlusconi è stato fatto oggetto durante la sua visita alla zona disastrata della città toscana. Giuseppe Cruciani è rimasto colpito da un post pubblicato dal blogger Diego Destro (che poi ha anche parlato in trasmissione) nel suo "Daw-Blog". Un post molto duro verso coloro che hanno urlato di tutto al premier, definiti “persone indegne di stare al mondo”, “poveracci”, “disturbati”, “umanamente non sostenibili”, “esseri inqualificabili che sfruttano questa tragedia per andare a contestare l'ossessione di una vita”.

Al di là delle espressioni un po' forti, Cruciani ha detto di sottoscrivere “al 100%” lo spirito del messaggio di Destro. Vorrei dire come la penso su questo tema.

In generale a me le proteste di piazza, le gazzarre, gli insulti "Buffone! Buffone!" non piacciono, indipendentemente da chi sia il destinatario della contestazione. Ne faccio prima di tutto una questione di educazione, di buona creanza. Quindi mi aggiungo tra coloro che hanno disapprovato quanto successo ieri. Inoltre, faccio presente che personalmente non ho nulla di ridire sulla decisione di Berlusconi di recarsi sul luogo in tempi brevi. Era suo dovere istituzionale.

(Anche se, per quanto poco importante, certe pavoneggianti parole, da parte del cavaliere, tipo “Vado là e prendo in mano io la situazione” io avrei preferito non sentirle. La tragedia di Viareggio non è come la spazzatura di Napoli. L'approccio alla "Veni vidi vici" in questo caso non si può applicare.)

Anche se Cruciani ha cercato di accentuare la premessa in base alla quale lo sdegno per la contestazione di ieri sarebbe stato uguale anche se il premier fosse stato di un altro colore politico, in realtà Destro, nel suo post, con quell'accenno a “l'ossessione di una vita”, dà per scontato che la gazzarra fosse stata animata unicamente dal solito anti-berlusconismo. Secondo me non è così.

In ogni tragedia succede che le persone coinvolte, anche indirettamente, sentano l'esigenza di sfogarsi, a caldo, contro il primo rappresentante istituzionale che osa farsi vedere in zona a poche ore dai fatti. Se il premier non fosse stato Berlusconi, ma Prodi o Veltroni o Antonio La Trippa non ci sarebbe stata nessuna gazzarra? Secondo me dare ciò per scontato è impossibile. Circoscrivere la contestazione di ieri al ritrito concetto di anti-berlusconismo è riduttivo e anche un pochino (ino ino) faziosetto.

Poi c'è la faccenda dei morti “ancora caldi” citati da Destro. In pratica, il problema non è tanto la contestazione in sé, ma il fatto che sia avvenuta a poche ore dalla tragedia. Questo per Cruciani è addirittura “il punto”. Se ne deduce che se Berlusconi avesse preferito aspettare un paio di giorni (con i corpi non più "caldi") prima di recarsi a Viareggio e fosse stato ugualmente contestato con la medesima intensità (cosa peraltro improbabile), non ci sarebbe stato nulla da ridire. Mah, mi sembra una fesseria.

E più ci penso più non riesco a mandarlo giù quel riferimento ai morti “ancora caldi”. Mi ha irritato, perché si tratta di un modo inopportuno e inelegante di riferirsi a delle vittime. Un'espressione cruda e infelice che, alla fine, magari senza volere, nasconde una piccola, piccolissima (issi-missi-missima) strumentalizzazione. Non si combatte la mancanza di rispetto con la mancanza di rispetto, e non si combatte la strumentalizzazione con la strumentalizzazione.

martedì 30 giugno 2009

Anatema su di voi

La scorsa settimana è volata via senza che io abbia ascoltato un solo minuto di Zanzara. Spero di non essermi perso molto. Percepisco comunque dai vostri commenti che Giuseppe Cruciani ha continuato a correre sul filo del rasoio riguardo al nostro caro leader Berlusconi, ballando tra la tentazione di prendere nettamente le distanze prima che sia troppo tardi e tra la volontà di non sbracare in modo eclatante dopo anni di attività da pompiere sempre pronto a spegnere tutti i fuochi delle polemiche e delle controversie relative all'attuale premier.

La Zanzara che ieri mi ha riaccolto tra gli ascoltatori è stata un po' particolare, per via dei tre stravaganti personaggi che Cruciani ha messo in primo piano: Emilio Fede, don Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, e il prof. Emilio Biagini, un docente di geografia all'università di Cagliari. Vediamoli uno per uno.


FEDE


Mai Cruciani aveva preso così sonoramente per i fondelli Emilio Fede come ha fatto ieri, mandando in onda una recentissima apologia -l'ennesima- del direttore del TG4 nei confronti del suo dio Silvio accompagnata in sottofondo da un armonioso suono di violini. Simpatica ironia che punge più di tutti i "servo" e "leccapiedi" di questo mondo. Però l'ipotesi avanzata da Cruciani di trasformare l'ultimo panegirico fediano nella nuova sigla della Zanzara mi fa spavento. Voto no, rimanendo affezionato all'attuale musichetta con il brillante incipit “è un po' come andare al bar prima di tornare a casa”.


DON FANZAGA

Di don Fanzaga ho sempre sentito parlare, ma mai mi è capitato di ascoltare i suoi monologhi, i suoi anatemi, e le sue rassegne stampa, visto che l'idea di sintonizzarmi su Radio Maria non mi sfiora neanche lontanamente. E se devo giudicare da quel che ho sentito ieri (“Repubblica, a comincaire dal suo fondatore Eugenio Scalfari, fa dell'anticristianesimo militante. Non c'è un cristiano in tutta la redazione”), per quel che mi riguarda, Radio Maria rimarrà blacklisted da qui all'eternità.

Curiosamente, però, Cruciani, per don Fanzaga, al di là delle sue esagerazioni, prova una sorta di riverenza (“un mito, un eroe”, parole dette senza sarcasmo) per via dell'enorme seguito che questi ha saputo conquistarsi e per il suo modo di esprimersi semplice e diretto. La cosa è davvero bizzara, visto che se alle peculiarità appena citate ci aggiungessimo pure le parolacce avremmo per filo e per segno il ritratto di Beppe Grillo.


BIAGINI

Emilio Biagini è un bizzarro professore universitario che tra mille polemiche si fa portatore di tesi piuttosto oscurantiste su vari temi etici tra cui in primis l'omosessualità (per citarne una: “omosessualismo e femminismo porteranno all'estinzione della popolazione dell'Europa Occidentale”), sostenendo inoltre che l'uso dei profilattici è inutile contro la diffusione del virus dell'AIDS.

Cruciani, che ieri lo ha intervistato, ci ha messo un minuto scarso, per fortuna, a percepire lo spessore oltremodo limitato del personaggio, trasferendo quasi subito il taglio del colloquio su un piano di semi-serietà, e ospitando successivamente le repliche di un divulgatore ben più presentabile quale Alessandro Cecchi Paone.

Mentre ascoltavo Biagini, però, mi è tornato in mente un articolo di Giuliano Ferrara di qualche tempo fa (Il Foglio del 19 marzo 2009), nel quale l'elefantino, che per Cruciani è praticamente un guru, propugnava idee non così lontane da quelle di Biagini, seppur con le dovute proporzioni. Cito alcuni passi del pezzo di Ferrara:

Benedetto XVI ha riaffermato, nel corso del viaggio in Africa, la sua convinzione: non è con i profilattici che si combatte la pandemia dell'Aids. Questa convinzione, alla luce del senso comune, regge ogni possibile prova e verifica, dal momento che il preservativo è solo il viatico della promiscuità sessuale di massa alla quale risale la responsabilità del contagio.
[…]
Tutti sanno o dovrebbero sapere che tra i neri maschi il tasso di infezione è tre volte quello dei maschi bianchi e due volte quello degli ispanici, e che il vettore di contagio ancora di gran lunga più potente è il sesso promiscuo tra maschi.

Sono certo che Ferrara non disprezza gli omosessuali né considera i preservativi uno strumento del demonio, ma secondo me lasciando intendere che l'AIDS sia in prevalenza una malattia dei gay e dei neri, e che il preservativo non funge da significativa barriera contro la diffusione del virus (perché è questo che bene o male Ferrara scrive), l'elefantino dà un pessimo contributo divulgativo, che, data la sua notorietà, può potenzialmente far più danni di quello apportato da un Biagini qualsiasi. Un pessimo contributo che all'epoca non meritava di passare sotto silenzio.

Siamo alla fine, per oggi. Ma stavolta voglio chiudere alla maniera di don Fanzaga, con la "chicca finale", che il direttore di Radio Maria, a quanto mi raccontano, definisce "il caffé", e con la quale si chiudono le sue rassegne stampa. Eccovi dunque il mio caffé: a ridicolizzare un piccolo professore di provincia son capaci tutti. Tirare le orecchie al proprio guru quello sì che richiede coraggio.

sabato 20 giugno 2009

L'untore del pensiero greve

NOTA: dopo questo post, esigenze famigliari mi portano a dovermi allontanare per un altro po'. Il blog va in stand-by per una decina giorni, ma voi non fate mancare i vostri commenti, mi raccomando. A presto, Authan

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[Attenzione: la prima parte del post è a firma di Anna.]

Volevo commentare la trasmissione di ieri sera, venerdì 19 giugno, ed in particolare l'intervento di Vittorio Sgarbi, il quale, spalleggiato dal conduttore Giuseppe Cruciani, ha detto delle inaudite sconcezze riguardo la vicenda Berlusconi che mi hanno veramente irritata. Sembrava di assistere ad una conversazione tra due scaricatori di porto davanti a due grossi boccali di birra che tra un rutto e l'altro [stupenda metafora, nota di Authan] parlavano di una questione che riguardava il Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana.

La frase clou di Sgarbi era, in sostanza: "Berlusconi deve dire agli italiani che gli piace la gnocca e che nessuno deve rompergli i coglioni. Gli italiani capiranno". Concetto ripetuto ossessivamente più e più volte.

E poi: "A lui piace scopare con tante ragazze, e così governa meglio, mica come D'Alema che è fedele a sua moglie, alla stessa donna, da più di vent'anni ed è sempre triste ed incupito". Ovviamente risate del conduttore in sottofondo. E mi fermo qui...

Che dire, io non temo le parole grevi. Temo che il pensiero greve si diffonda come un virus. Se questo dovesse accadere, l'unica via di salvezza sarebbe quella di andar via da questo paese immobile.

Grazie per l'ospitalità.
Anna

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[Da qui in giù la risposta di Authan]

Guarda, Anna, su Vittorio "io so tutto e in me dimora la verità" Sgarbi, con me, per citare qualcuno, "sfondi una porta aperta". Il fatto è che Sgarbi fa audience, e inoltre a Cruciani sta simpatico, il che è singolare considerando come la saccenza e la boria che contraddistiguono il personaggio siano caratteristiche che solitamente Cruciani disdegna.

Alla fine, a far risaltare Sgarbi dalla massa dei professoroni e degli "esperti" che Cruciani, per sua stessa ammissione, odia, è solo e unicamente il torpiloquio. Se non fosse per le parolacce, Sgarbi non sarebbe nessuno. E in questo senso, il vecchio sketch di Roberto Benigni su Sgarbi, mandato in onda da Cruciani a fine trasmissione, è perfetto per come mette in luce la vacua essenza del personaggio.

(In calce al post riporto il video del summenzionato sketch, datato 1994, preso da YouTube. Non perdetelo, è esilarante.)

Per quel che riguarda il suo intervento di ieri, Sgarbi non ha fatto altro che recitare l'ormai ritrito ruolo del pensatore anticonformista, sapendo benissimo che Berlusconi non direbbe mai la frase suggeritagli, come lo stesso Cruciani ha del resto osservato. Insomma, abbiamo assistito ad una inutile boutade.

Possiamo anche pensare a Sgarbi come ad una sorta di untore del pensiero greve, ma non lo sopravvaluterei cosi tanto da ritenere che il virus sgarbiano possa davvero attecchire nel resto del paese. In fondo, dell'italiano medio Sgarbi non è rappresentativo per nulla.

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Chiudo proponendo un sondaggio. Su Berlusconi sbracherà presto anche Cruciani, così come Ferrara, Polito, Mughini e Pansa (vedi post precedenti)? Sì o no? Io sono per il sì. Le prime avvisaglie, le prime prese di distanza, le ho percepite.

A presto,
Authan

PS: ecco lo sketch di Benigni.


venerdì 19 giugno 2009

Tutti i sogni muoiono all'alba

Ancora il caso Patrizia D'Addario al centro dell'attenzione alla Zanzara di ieri. Giuseppe Cruciani è arrivato a dire che l'intervista alla ragazza pugliese ha portato più elementi concreti (anche se da verificare) che non tre mesi di campagne stampa di Repubblica. Insomma, anche per il conduttore della trasmissione le carte in tavola sono cambiate: se prima si vagheggiava sul puro gossip, ora invece siamo di fronte ad un reale problema di credibilità, sicurezza e dignità delle istituzioni.

Ad un ascoltatore che si lamentava di come si parli molto più delle feste di Berlusconi e delle sue frequentazioni private che non dei problemi seri del paese, Cruciani ha risposto che se da un lato la cosa è effettivamente triste, dall'altro “non ci si può mettere una benda sugli occhi”. Il caso è diventato politico (per me lo era anche prima, ma lasciamo perdere) e non ci si può esimersi dal dibatterne.

Peccato però che poi quando si è trattato di dire due parole su chi la benda sugli occhi l'ha messa per davvero, il TG1 (che ha dato poco spazio alla vicenda D'Addario, privilegiando peraltro le posizioni difensive del cavaliere), l'atteggiamento di Cruciani sia stato piuttosto snobistico, riassumibile, in sostanza, in un “chissenefrega del TG1”. Non è la prima volta che Cruciani sminuisce gli effettivi impatti dell'informazione televisiva. Per quanto legittima e degna di rispetto sia, questa opinione è, ai miei occhi, talmente disarmante, talmente in contrasto con l'evidenza e con il buon senso che non riesco neppure a trovare la voglia e la forza di controbattere. A questo giro passo oltre.

Vorrei tornare brevemente alla lamentela dell'ascoltatore menzionata sopra, ponendo una questione: se anziché dei problemi seri del paese, delle riforme, ecc. ecc. si parla invece di escort, festini, soldi, e "utilizzatori finali", dove stanno le responsabilità, in origine? Stanno nei mezzi di informazione che trattano temi magari pruriginosi ma che oggettivamente catturano l'interesse del pubblico (e la missione dei media, per definizione, è proprio quella di catturare l'interesse del pubblico), o in chi, pur suo malgrado ma comunque in seguito a libere scelte comportamentali non consone al ruolo anche se non necessariamente illecite, fornisce e crea l'oggetto del contendere, la "materia prima" che viene poi lavorata ed elaborata dai media?

C'è chi trova piacere o convenienza nell'alimentare il fuoco, certo, ma ad appiccare quel fuoco, volente o nolente, è stato lo stesso Silvio Berlusconi. E' sua, in origine, la colpa di tutto questo. Sua e solo sua. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

***

Nel frattempo, continuano gli sbracamenti degli anti-antiberlusconiani (cioè di coloro che sono soliti biasimare o dileggiare i detrattori di Berlusconi) dei quali ho già fatto menzione nel post precedente. Dopo Antonio Polito (che sul Riformista di oggi spara il titolone “Silvio, dimettiti!”) e l'elefante Giuliano Ferrara, oggi a calare le brache sono Giampaolo Pansa, sul Riformista, e Giampiero Mughini, su Libero.

Pansa chiede al cavaliere di sacrificarsi per il bene dell'umanità. Ecco un passaggio del suo pezzo: “Berlusconi è ancora in grado di essere questa guida, questo comandante, questo faro? La mia risposta è netta. Temo di no. Lo dico senza infilarmi nella giungla dei retroscena. E senza affrontare il tema se la colpa sia sua o di chi guida la campagna contro di lui. […] Berlusconi deve preparare l'inevitabile transizione. […] Il cavaliere deve lasciare Palazzo Chigi di sua volontà. Senza aspettare le calende greche. Soltanto così non distruggerà il Paese e il suo partito.”

Mughini, invece, nel suo articolo cita l'Amleto di Shakespeare e mette in luce alcune oggettive incongruenze: “C'è qualcosa di marcio nel regno di Danimarca, se il capo del governo può essere messo con le spalle al muro da una puttana barese. […] Io non ho nulla ma proprio nulla contro le puttane e lo dico da mane a sera, e anche se non le frequento. E' diverso se tu sei il capo politico di un governo che vanta la sua ultracattolicità, che difende "la vita" anche quando non è più vita, di un governo che si mette la mano alla bocca quando parla di gay, che toglie le prostitute dalla via Salaria di Roma. Allora non ci siamo più davvero non ci siamo più. Maledetto il regno di Danimarca e noi che ci viviamo dentro.”

Se siamo nel marcio regno di Danimarca, per dirla alla Mughini, l'unico modo per uscirne passa per la strada suggerita da Pansa: un ricambio nella leadership. Quello del super-leader simultaneamente moderno uomo di stato post-democratico e giocondo libertino sciupafemmine si è rivelato un sogno fragile e inconsistente, che come tutti i sogni era destinato a morire all'alba.


Fez


giovedì 18 giugno 2009

Enough is enough

Un po' come certi giudici che, nella totale indecisione tra l'assolvere un imputato per omicidio o il giudicarlo pienamente colpevole, optano per la via di mezzo all'italiana (cioè la condanna, sì, ma a pochissimi anni di carcere), la direzione del Corriere della Sera, trovandosi tra le mani una potenziale intervista bomba, ma senza effettivi riscontri, ad una ragazza, Patrizia D'Addario, la quale asserisce di aver passato, dietro pagamento, una notte a Palazzo Grazioli, tra il cassare la storia o, al contrario, costruirci il titolone d'apertura a nove colonne, ha deciso di pubblicarla, sì, ma relegata in una pagina interna senza espliciti richiami in prima.

Però la bomba non poteva che deflagrare. E infatti è deflagrata, monopolizzando tutte le discussioni incluse quelle alla Zanzara di ieri sera. Sicuramente tanti elementi necessitano ancora di verifica, ma che, quantomeno, ci si trovi di fronte, da parte Silvio Berlusconi, presunto “utilizzatore finale” (parole di "Mavalà" Ghedini) di corpi femminili, a comportamenti non consoni e imbarazzanti, anche se non illeciti, è ormai di tutta evidenza, e il punto di non ritorno potrebbe essere stato raggiunto.

Che sulla scena politica qualcosa sembri stare per cambiare non lo si percepisce solo dai pronostici di D'Alema. C'è un limite oltre cui non si può andare. Enough is enough. E difendere l'indifendibile diventa un problema anche per chi, senza eccedere nel servilismo, ha fatto dell'anti-antiberlusconismo (cioè dell'osteggiare energicamente gli energici osteggiatori di Berlusconi) un allegro sport da praticare, se non addirittura una professione.

Si prenda ad esempio l'editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi, che se non è uno sbracamento ci va molto vicino:

(...) Il presidente del Consiglio dei Ministri (...) non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vasetto della marmellata. (...) Berlusconi (...) deve decidersi: o accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze oppure si mettere in testa di ridare, senza perdere più un solo colpo, il senso e la dignità di una grande avventura politica all'insieme della sua opera e delle sue funzioni. (...) Altrimenti si andrà avanti con questo 24 luglio permanente, in un clima di sospetti di palazzo arroventato da un establishment sempre pronto a tutte le incursioni corsare (...).
(...) La situazione si è fatta grave, e perfino seria.

Se Ferrara ci va solo vicino, Antonio Polito, nel suo pezzo apparso sull'odierno Riformista, sbraca al cento per cento:

(...) Se [Patrizia D'Addario] non mente, siamo di fronte a un salto di qualità molto pericoloso del velina-gate, e il prezzo lo pagherà Berlusconi. Le accuse che la D'Addario (non il Corriere, non la Procura, e nemmeno D'Alema) ha rivolto al premier rendono infatti il suo caso completamente diverso da quello di Noemi Letizia.
(...) Tutto fa prevedere una situazione politica molto più caotica e turbolenta e un governo molto meno efficiente di quello che si poteva immaginare appena qualche settimana fa. E non basterà non dirlo nei tg, per evitare che gli italiani se ne accorgano. Ci sbaglieremo, ma questa storia è molto peggio di ogni tempesta che finora il premier ha dovuto attraversare. Temiamo per lui e, se possiamo dirla tutta, temiamo anche per la tenuta democratica del Paese.

Sì, avete lette bene. Non è Paolo Flores D'Arcais, non è Antonio Tabucchi, non è Dario Fo. A scrivere “temiamo per la tenuta democratica del Paese” è il nostro amico Antonio Polito, il "polito della libertà", il principe dei frequent guests della Zanzara, colui che in passato ha fatto dire a Cruciani “condivido al 95% tutto quel che scrive il Riformista”.

E Cruciani? Credo che egli non sia ancora pronto per il grande passo, il suo tempo di cottura su questa vicenda è lungo. Sull'ipotesi che Berlusconi faccia più il male che il bene all'Italia, a dispetto dei milioni di voti, c'è ancora un atteggiamento negazionista.

Però ieri deve essere stato un bel colpo per lui quel “loro sono antropologicamente diversi da noi” pronunciato dal cavaliere ad un'emittente locale del frosinate (dove lo sprezzante "loro" sta ovviamente per "quelli di sinistra"). Tutto il castello di carte di Cruciani basato sul fatto che l'acredine politica sia unidirezionale (sinistra verso destra) è miseramente crollato.

Anche se ci sono volute le tenaglie, il conduttore è riuscito a definire la frase di Berlusconi una “baggianata” (la parola "stronzata" la riserva solo per le occasioni speciali), ma al contempo ha lasciato intendere che l'odio per Berlusconi rimanga comunque qualcosa di più specifico, un “filone” a sé stante.

Insomma, per Cruciani alcuni odiatori sono "più uguali" degli altri. Per me questa è la madre di tutte le "baggianate", ma su questo punto non nutro più speranze di un ravvedimento. Per Cruciani, ammettere che l'acrimonia politica tra i due poli e verso i rispettivi leader possa essere un sentimento reciproco e che tirare fuori i bilancini per sapere chi odia di più è ridicolo, è impossibile quanto lo era per Fonzie, quello di Happy Days, pronunciare le famigerate parole “I was wrong”.