Proprio non si capisce perché per Giuseppe Cruciani debbano essere “assurde” le discussioni (“spero che si plachino subito”, sempre Cruciani alla Zanzara di ieri) che si sono aperte dopo che Berlusconi ha recentemente tirato nuovamente fuori dal cilindro la sua idea delle new town, cioè le città satellite che il cavaliere vorrebbe erigere nelle immediate vicinanze di ciascun capoluogo di provincia, e dopo che lo stesso Berlusconi, in riferimento alle conseguenze del devastante terremoto in Abruzzo, ha dichiarato di vedere nella costruzione ex-novo di un insediamento urbano non provvisorio la soluzione principale al problema delle migliaia di sfollati, senza per questo sottintendere una volontà di abbandonare i centri storici delle città colpite dal sisma.
Al di là della questione degli sfollati, e parlando dell'idea delle new town in generale, io non metto in dubbio che in alcuni scenari la costruzione di nuovi quartieri periferici, con scelte urbanistiche e architettoniche di qualità, possa essere un'opportunità. In alcuni territori (ad esempio a Pisa, come segnalato ieri da un ascoltatore) peraltro, ciò è già proficuamente avvenuto.
Però, estendere tout-court il concetto a tutto il territorio italiano mi sembra un azzardo. Il nostro paese è in larga parte montuoso e collinare, e la densità abitativa è già molto alta. A mio avviso, in moltissimi luoghi l'idea della città satellite è impraticabile per un mera questione di spazio non disponibile. Là dove invece lo spazio c'è, va comunque tenuto presente che sottrarre terreni all'uso agricolo potrebbe non essere una buona idea.
A questo proposito, ho trovato decisamente condivisibili le parole dell'architetto Stefano Boeri, direttore della rivista Abitare, intervenuto ieri in trasmissione, segno che Cruciani aveva comunque voglia di approfondire un po' il tema a dispetto della sua opinione tranchant pro new town:
“L'idea di costruire nuove città è abbastanza anacronistica, tenendo conto che l'Italia è il paese europeo che ha consumato più suolo agricolo senza che ci fosse una reale necessità. In Italia c'è un enorme numero di appartamenti e uffici non abitati, cioè invenduti o sfitti. Lo slancio creativo, riprendendo anche alcune idee buone incluse nel piano casa del governo, andrebbe mobilitato nella direzione di una riqualificazione in sicurezza, secondo requisiti di sostenibilità e strutturalità, di ciò che già esiste.”
Sottoscrivo in pieno. Parlando in generale e ammettendo la possibilità di eccezioni, a mio avviso, piuttosto che erigere nuove città, vanno sistemate e riqualificate quelle esistenti, anche al prezzo di radere al suolo (gradualmente, s'intende, in un percorso che ha un orizzonte temporale di molti anni) e ricostruire, salvaguardando gli stili architettonici preesistenti, quelle porzioni di agglomerati urbani che in larga parte non rispettano alcun criterio antisismico. Potrà sembrare un progetto megalomane, ma non lo sarà mai quanto quello di erigere cento nuove città, come se di città, in questa beata nazione, non ne avessimo già più che abbastanza.
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Contributo multimediale: Francesco Guccini, "Piccola città" (1972), qui presentatavi in versione live, tratta dall'album "Tra la via emilia e il west" del 1984. Per la cronaca, la piccola città di cui parla la canzone è Modena.
Piccola città io ti conosco
Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio
Ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano



