mercoledì 16 giugno 2010

I processi si fanno in tribunale (difesa compresa)

Qui sotto il secondo post del giorno, di Authan. Non perdetevi il primo, a parte, di Paolo.

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Durante l'ultima udienza al processo di Pescara in cui Ottaviano Del Turco è imputato, il PM ha letto (nell'aula del tribunale, non alle agenzie di stampa) il contenuto di alcuni piccanti dialoghi telefonici intrapresi dall'ex governatore dell'Abruzzo dalle linee in uso alla regione. Del Turco, per via da questa intrusione in situazioni private non correlabili a suo dire con i presunti reati che gli vengono ascritti, si è molto risentito. Ne ha ben donde? A occhio sì, ma siamo su un terreno scivoloso e senza avere la versione del PM nell'interpretazione dei fatti è molto difficile per un osservatore esterno dare un giudizio. E comunque non è di intercettazioni o di strategie accusatorie del PM che io oggi mi voglio occupare.

Ieri alla Zanzara Del Turco è stato ospite di Alessandro Milan per commentare la vicenda di cui sopra, e io di per sé non ho nulla da ridire, visto che il tema è di interesse. E' solo che mi fa un po' specie che dopo che ci si è riempiti la bocca col nobile concetto dei "processi che si devono fare nei tribunali e non in televisione" (o in radio) poi si consideri invece opportuno e normale che un imputato parli del suo caso giudiziario e, in un certo senso, dispieghi la propria linea di difesa non davanti al giudice ma ai mezzi di informazione.

Fatemi capire: che il luogo preposto per i processi sia il tribunale vale solo per l'accusa o anche per la difesa? Secondo me ci deve essere una reciprocità. Intendiamoci, io non discuto il diritto di Del Turco o di altri nella sua medesima situazione a rilasciare interviste, per carità. Pongo solo all'attenzione una contraddizione, che diventa solare nel momento in cui queste persone tirano in ballo con toni apocalittici il famigerato "tritacarne mediatico" per poi fare invece allegramente uso dei mass media, quando fa loro comodo, per denigrare la controparte giudiziaria nell'ambito del processo penale in cui sono coinvolte.

Insomma, per farla breve, i nobili principi sono sempre ben accetti, a patto che non siano propugnati in modo ipocrita.

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Radiohead, "Everything In Its Right Place" (2000)




What was that you tried to say?
Tried to say...
Tried to say...


Col coltello alla gola

Ennesimo doppio post di questo piccolo blog. Ringraziate (san) Paolo che mi manda un sacco di ottimi pezzi tra cui quello qui sotto (a parte invece il mio articolo).

A proposito, approfitto di questa premessa per invitare ancora una volta tutti quanti a proporsi come articolisti (tenendo conto che questo non è un blog di satira; bisogna presentare un argomento, elaborare un'analisi, ed arrivare ad una conclusione). Coraggio, scegliere un tema e scrivere.

La parola a Paolo. Buona lettura.

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[Il testo da qui in giù è di Paolo]

Buongiorno,
questo non vuole essere un post, ma un post-it, una nota sulla situazione che si è creata attorno allo stabilimento Fiat di Pomigliano e sui tanti dubbi che mi solleva.

Fiat, dopo aver confermato l'intenzione di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, sembra aver aperto alla possibilità di riportare in Italia, a Pomigliano, alcune produzioni precedentemente effettuate nello stabilimento polacco di Tichy, investendovi anche grosse cifre nell'ammodernamento degli impianti.

Il tutto viene subordinato dalla ditta all'accettazione da parte dei sindacati di alcune condizioni di garanzia, alcune delle quali particolarmente pesanti, al punto di apparire illegittime. Non sembrano esservi problemi nel riconoscere la necessità di una molto ampia flessibilità nell'orario, ma i problemi emergono in alcune norme / clausole che limiterebbero la possibilità di scioperare o ammalarsi (queste ultime in uso presso la PA).

E la proposta è del tipo prendere o lasciare, o così o la fabbrica torna in Polonia e Pomigliano chiuderà come Termini Imprese.

Ho purtroppo trovato scontato il replicarsi della spaccatura tra CGIL da un lato e CISL e UIL dall'altro, con le ultime due che, pensando alla possibilità di potenziare gli stabilimenti, sottoscrivono l'accordo.

E trovo altrettanto scontate le posizioni di Schifani e della Marcegaglia, che vedono nella CGIL l'unico responsabile del potenziale fallimento della trattativa. Ma, nella mia perplessità sulla situazione, mi rimangono alcune domande nella testa.

Ha senso (beninteso per entrambe le parti) trattare in questo modo, con il coltello alla gola? Ha senso anche solo parlare di trattativa in queste condizioni?

E dove sono finiti gli economisti che (quando l'economia andava sufficientemente bene) tuonavano contro la cogestione delle aziende da parte di imprenditori e sindacati? Contro la concertazione?

Caro Oscar Giannino (che invoco in qualità di recente quasi co-conduttore della Zanzara), non eri tu che sostenevi che gli imprenditori devono fare gli imprenditori e gli operai devono fare gli operai? Sostenendo che, contro l'evidenza di molti modelli tedeschi, la cogestione aziendale è un modello sbagliato? Perché adesso scrivi che Pomigliano sarebbe una svolta storica positiva, perché “oggi anche i sindacati – tranne, finora, la Cgil – condividono con l'azienda la sfida, e accettano di definire insieme nuove regole per innalzare la produttività”?

Mi sono forse perso, Giannino, l'ammissione che quanto pomposamente sostenevi era un enorme mucchio di cazzate? O è un enorme cazzata quanto altrettanto pomposamente sostieni adesso? Cos'è cambiato tra le due posizioni? Il fatto che prima si volevano condividere anche i profitti ed adesso solo le perdite? Oppure la cogestione che piace è solo quella che si pratica con il coltello alla gola della controparte?

Saluti

Paolo

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(Paolo) Paolo Conte, "La Topolino amaranto" (1975)




Se le lascio sciolta un po' la briglia
Mi sembra un'Aprilia
E rivali non ha...

martedì 15 giugno 2010

Alzare la zampa

Oggi lascio la parola a Paolo, ma non prima di aver aggiornato la classifica delle interviste più insulse (più per le domande poste che per il soggetto intervistato) mai proposte alla Zanzara.

Partendo dal gradino più basso del podio, al terzo posto c'è Luca Telese, con la sua intervista ad un Morgan spiaggiaiolo e succhiacannuccie del 19 agosto 2009, molto prima dei suoi guai pubblici con la droga.

Al secondo posto, new entry! Alessandro Milan ieri sera dopo le 20:30 con la modella paraguagia Claudia Galanti. I quattro gatti che l'hanno ascoltata (in quei minuti era già cominciato il match tra Italia e Paraguay ai mondiali sudafricani) capiranno.

Al primo posto, primo inconstratasto e praticamente insuperabile, Giuseppe Cruciani con Benedetta Parodi il 13 maggio 2010 al salone del libro di Torino. Cosa cucineresti per Berlusconi?

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[Il post di oggi è di Paolo]

Buongiorno,

l'ennesima mini polemica sull'inno nazionale (protagonista l'ex ministro Luca Zaia), giunta anche ieri in trasmissione, mi porta a ragionare su alcuni comportamenti dei politici leghisti e sulla reazione che a questi viene opposta.

Ogni Stato ha un insieme di simboli attraverso i quali si dà una immagine (parlando "alto" mi verrebbe da dire una Estetica) e crea uno strumento di compartecipazione emotiva ed epidermica tra i cittadini: si va dalla bandiera, all'inno, alla foto del presidente, ai luoghi simbolo, agli eroi, alle celebrazioni pubbliche, ai campionati sportivi.

Come un cane che marca il territorio pisciando ad ogni angolo, i politici leghisti stanno contestando in maniera metodica e sistematica l'insieme dei simboli dello stato italiano e ne stanno proponendo uno alternativo:

- Sbandierano le loro bandiere verdi ed invitano a mettere il tricolore nel cesso;

- Fanno cantare il Va' Pensiero e mettono la sordina a Mameli;

- Rimuovono la foto del presidente dagli uffici comunali;

- Al Piave, Al Grappa ed a Vittorio Veneto contrappongono Pontida e le sorgenti del Po;

- A Garibaldi, Alberto da Giussano;

- Ostentano disprezzo per le feste nazionali (preferendo in alternativa i propri raduni annuali) e per i successi delle squadre nazionali, inventando tornei alternativi.

In questo momento la sostituzione dell'estetica leghista a quella nazionale italiana sta avendo successo, da un lato per la forte coesione e per il grande desiderio identitario dell'elettorato leghista, dall'altro per la scarsa attualità e forza dei simboli dell'Italia (anche confrontati con i simboli nazionali di altri stati: mentre in Italia si festeggiano vittorie militari ormai dimenticate dopo quasi un secolo, in Francia si celebre l'acquisizione di diritti civili il cui valore è percepibile anche dopo più di 2 secoli. Ovvio che la presa della Bastiglia sia un simbolo più resistente nel tempo).

A questo si aggiungano una lunga tradizione internazionalista nella sinistra italiana che, pur aborrendo idee scissioniste, non ha mai coltivato un culto della nazione ed un pesante revisionismo volto a ridimensionare il simbolo identitario italiano più recente: la Resistenza, che già di suo non è mai stato completamento condiviso.

Quello leghista è un successo su più fronti: in primo luogo la Lega ha creato un proprio insieme di simboli di riferimento (proprio come se fosse un stato), in secondo luogo li sta affiancando a quelli dello stato durante le celebrazioni pubbliche (legittimando la pari dignità tra i simboli della Padania e quelli italiani e "quindi" tra la Padania e l'Italia), infine sta ridimensionando il valore dei simboli nazionali, sistematicamente posti a confronto con quelle che, di fatto, sono delle caricature.

E non è un successo da poco, perché proprio per il fatto avere un valore emozionale, i simboli sono uno strumento importante per portare la gente a sentirsi istintivamente parte di un consesso: sta diventando sempre più facile sentirsi padani, sempre più difficile sentirsi italiani.

A questa situazione i politici nazionali non hanno saputo dare una risposta adeguata: come la pisciata di un altro cane nel mio territorio, le lamentele per l'oltraggio ai simboli della nazione non fanno altro che evidenziare la debolezza del potere costituito. Attualmente i leghisti stanno ostentando il fatto di pisciare nel territorio del vecchio padrone.

In assenza di forti valori condivisi (distrutti nel panorama italiano da decenni di politica scadente) persino l'annunciata iniziativa di Ignazio La Russa di regolare per legge la presenza dei simboli nazionali nei contesti pubblici potrebbe non essere sbagliata, specialmente se avrà l'accortezza di evitare l'equiparazione dei simboli nazionali con altri. Di qua c'è lo Stato, di là il circo. Tra i due una separazione netta, e lo Stato è più forte, quindi l'unico che puo' marcare il territorio pisciando negli angoli.

Ovviamente la cosa non potrà bastare, e c'è attualmente poco su cui fondare un forte sentimento nazionale. Persino la nazionale di calcio potrebbe portare acqua al mulino dell'Italia a danno di una potente forza disgregatrice. Da qualche parte bisogna pur ripartire…

PO POPOPO POPOPO
PO POPOPO POPOPO

:-)

Saluti

Paolo

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(Sempre Paolo) Francesco De Gregori, "Quattro cani" (1975)




Se ci fosse la luna,
Se ci fosse la luna si potrebbe cantare
Si potrebbe cantare...


lunedì 14 giugno 2010

Come prima, meno di prima

Dopo tre puntate lo si può dire: la conduzione di Alessandro Milan ricalca quella di Giuseppe Cruciani, ma di meno.

L'approccio è il medesimo: tra le pieghe dei temi del giorno si sottolinea quella dichiarazione o quel commento un po' sopra le righe del politico che vuole i quindici minuti di gloria; si enfatizza la sparata dell'artista che la dice grossa sennò nessuno l'ascolta; anziché puntare al cuore delle notizie si gira intorno ad esse, alla ricerca delle nota di colore; non si argomenta mai, ma si ribatte solo agli argomenti altrui; si dà risalto, nel bene o nel male, chi dice cose forti rispetto a chi dice cose pregevoli; e pur di non finire nel girone dei dannati antiberlusconiani, si ridacchia per i comportamenti poco istituzionali del cavaliere, che si rende ridicolo ovunque e con tutti i leader del mondo, ma in fondo chissenefrega, purché ci sia da far finta di sollazzarsi.

Tutto come prima, dunque, la solita superficialità e frivolezza, ma con in meno la ruvidezza, la personalità e l'aggressività verbale del desaparecido.

Non che Milan scimmiotti Cruciani, come se non fosse capace di fare diversamente. Non è così. E' un eccellente professionista e lo dimostra tutte le mattine in rassegna stampa e a Bianco o Nero dove egli affronta e sviscera con efficacia le vicende in primo piano. E' solo che io ingenuamente mi aspettavo un conduttore che sapesse/volesse adattare la trasmissione alle sue peculiarità e non banalmente adattare se stesso alla trasmissione. Contavo sull'impronta di Milan, ma il biondino non ha saputo far di meglio che mettere pedissequamente il piedino nel solco già tracciato dal vecchio Crux. Lo studente è dotato, ma non si applica.

Se non interviene la seconda voce a dare una mano (Telese, Giannino, whoever), in fondo al rettilineo c'è solo la morte per noia. Meno male che ci sono i mondiali.

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Una delle mie canzoni preferite di sempre.

The Nymphs, "Imitating Angels" (1991)




We're imitating angels
We're imitating angels
We're imitating angels
And we got a long long way to go...


venerdì 11 giugno 2010

Pianeta Terra chiama Ostellino, rispondi Ostellino

Questa mattina a Bianco o Nero (trasmissione che stoicamente Alessandro Milan continua a condurre nonostante il nuovo impegno serale, pro tempore, alla Zanzara), nell'ambito di una discussione sul DDL intercettazioni appena approvata in Senato, abbiamo assistito ad una straordinaria lezione di filosofia teoretica da parte del professor Piero Ostellino, il quale ha illustrato agli ascoltatori la dottrina "liberale" (parola feticcio per l'ex direttore del Corriere, citata quasi in ogni frase) del primato dell'individuo sulla collettività. Non esiste, secondo Ostellino, un bene superiore in nome del quale la collettività possa togliere al singolo cittadino un diritto fondamentale tra cui quello alla riservatezza.

Se mi fossi trovato nell'aula di una qualche università, mi sarei alzato ed avrei applaudito a scena aperta. Dico sul serio. Del resto, quando sento gente che bercia scemenze come "intercettatemi, siiì, godo! Intercettatemi! Anzi intercettateci tutti! Chi segue la retta via non deve temere le intercettazioni!", non posso fare a meno di pensare di trovarmi di fronte a menti bacate o inconsapevoli delle follie che partoriscono. Io non voglio essere intercettato. Ma neanche un po'. Un'intrusione nel mio privato mi darebbe immensamente fastidio.

Però - perché non può mancare il però - nel momento in cui si esce da un discorso teorico, e di principio, e si passa a discutere delle conseguenze pratiche della legge sulle intercettazioni, ho trovato le parole di Ostellino un tantino astratte e facenti a pugni con le necessità pratiche. Lo stato al servizio del cittadino e non viceversa, l'individuo che prevale sul collettività, eccetera eccetera eccetera, sono tutti concetti meravigliosi, che però poi vanno calati in un mondo reale dove bisogna far convivere esigenze in chiaro conflitto tra loro (riservatezza, privacy, sicurezza, repressione dell'illegalità), ma della medesima importanza.

Io, nel mio piccolo, a scendere a patti col mondo reale per lo meno ci provo. Ribadisco che odierei essere intercettato, ma al contempo sono consapevole che, incidentalmente, nell'ambito di chissà quale indagine, esiste una probabilità bassissima, infinitesimale, che una mia conversazione possa essere registrata, e, pur auspicando che ciò non succeda, non mi sembra che ci siano gli estremi, ma neanche alla lontana, per parlare di stato di polizia o “stato etico” (espressione usata da Ostellino). Nel mondo in cui vivo io il compromesso mi pare, tutto sommato, ampiamente nella soglia dell'accettabilità.

Nell'inferno in cui crede di vivere Ostellino, invece, i cittadini sono tutti oppressi. l'Italia, per l'editorialista del Corriere, sarebbe una paese “intimamente fascista” (testuale) non perché i cittadini siano vessati da un regime guidato da un Duce sanguinario, ma perché esiste un moloch diabolico chiamato "collettività", che Ostellino identifica senza mezze misure nella magistratura, che perseguita l'individuo. Ne scruta i gesti, ne origlia le parole, pronto a fulminarlo se dovesse, ad esempio, “andare a puttane” (ha detto proprio cosi, Ostellino, cheper quel suo riferimento al fascismo si meriterebbe un bel Radio-Londra-alla-rovescia).

Ora, io mi guardo intorno, leggo, parlo con le persone, vivo la mia vita, e in tutta sincerità, per quel che mi riguarda, così come non credo di vivere in un terribile regime dittatoriale berlusconiano, neppure mi sento oppresso dal grande fratello della congrega dei PM malvagi. Siamo seri. Non è così. Nella mia percezione la magistratura fa il mestiere per cui è preposta: in presenza di un'ipotesi di reato, indaga, e, quando ritiene, usa le intercettazioni, se esse possono contribuire all'accertamento dei fatti. E l'ipotesi della cosiddetta "pesca a strascico" non è mai stata dimostrata con prove inoppugnabili da nessuno. Non è un fatto, ma una teoria complottista degna di nerd visionari usciti da un episodio di X-Files.

Sia chiaro, io non ho un'immagine idilliaca di giudici e PM. So che si parla non di robot onniscenti ma di uomini che possono sbagliare, ma rifiuto categoricamente il concetto della magistratura moloch. E' semplicemente una follia da b-movie. Non è il mondo reale che viviamo tutti i giorni.

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Ci credete se vi dico che la filosofia di Ostellino mi ha fatto venire in mente Star Trek? Principalmente per una frase che pronuncia Spock nel secondo film ("L'ira di Khan"), e cioè: "The needs of the many outweigh the need of the few. Or the one" (Le necessità dei molti prevalgono su quelle dei pochi. O di uno).






E non basta. Nel telefilm Star Trek: The Next Generation (qui sotto il video con la sigla) compaiono i Borg, violenta razza tecno-organica (famosa per sbaragliare ogni nemico all'urlo di "ogni resistenza è inutile, sarete assimilati!") i cui individui non sono in realtà dotati di libero arbitrio in quanto collegati mentalmente ad un'unica entità collettiva. Chissà cosa ne penserebbe il professor Ostellino :-)




Spazio, ultima frontiera


giovedì 10 giugno 2010

Inferno

Non è solo un brutto film, ma anche un film con una trama già vista un milione di volte. Silvio Berlusconi che trovandosi nella posizione di non poter rivendicare un'azione governativa particolarmente brillante, "la butta in calcio d'angolo" (per citare un'azzeccata espressione che ho sentito pronunciare stamattina da Andrea Romano su RadioTre) menando la solita solfa del "non mi fanno lavorare", "non ho abbastanza libertà d'azione", "la costituzione non mi dà sufficiente potere". L'ultima perla del cavaliere è “governare è un inferno”.


Inferno


Sono tutte stronzate, e scusate il francese. Non se ne può più di questo metter le mani avanti, di questo cercar alibi per mascherare la pochezza dei risultati governativi in termini di mantenimento delle promesse elettorali. Sono passati due anni, ma in termini di abbassamento della pressione fiscale, semplificazione burocratica, taglio delle province, riforma della giustizia, riduzione del numero dei parlamentari, avvio delle grandi opere, adeguamento del sistema previdenziale e dei contratti di lavoro, siamo praticamente al palo, o poco più. In compenso abbiamo dibattuto fino allo sfinimento dell'ennesima sfilza di leggi ad personam nonché di un tema non pressante come quello delle intercettazioni che, al contrario di quanto sostiene il premier, interessa ad una quantità infinitesimale di persone.

Tirare in ballo la Costituzione per giustificare gli scarsi risultati semplicemente non ha senso. Il premier ha il mandato degli elettori, una maggioranza bulgara in parlamento, e dispone sulla carta di tutti i poteri che servono per raggiungere gli obiettivi. Se non ci riesce è perché non ne è capace, in conseguenza di problematiche che sono tutte interne alla sua maggioranza (tre pezzi grossi quali Fini, Bossi, e Tremonti, per ragioni diverse, giocano su più tavoli e non seguono il condottiero senza fiatare, ma semmai lo sopravanzano) e che non hanno nulla a che vedere né con la presunta “sovranità dei PM” (questa è proprio una caaa... una vera ca-zzaaa...) né con la Costituzione che “frammenta troppo i poteri”.

Di fronte allo spettacolo indecoroso di questo premier che se la prende con l'architettura costituzionale per giustificare il semi-immobilismo dell'esecutivo non serve andare a tirare in ballo il fascismo, la dittatura, la democrazia soppressa, il voto non consapevole, ecc, come inopinatamente ho sentito fare, ieri alla Zanzara, pure da un pregevole opinionista quale Oliviero Beha. Farlo significa regalare al cavaliere l'argomento ridicolo del "mi insultano, mi odiano, mi diffamano".

Qui non c'è da additare un tiranno in pectore, ma un cattivo primo ministro, inadeguato e inefficiente, che come un bambino incolpa le regole del gioco nel momento in cui si accorge di disputare una pessima partita. L'inferno, signori miei, non è governare con questa Costituzione, ma essere governati da chi non si assume in pieno le proprie responsabilità.

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Dopo la prima puntata diciamo che Alessandro Milan è rimandato. Se mi leggi, caro Alessandro… Animo! Su, su, un po' più di verve, di personalità, di temperamento. Come dici? Al mattino ti alzi alle 5 e mezzo per andare a fare la rassegna stampa in radio? Dai, su, non cercare scuse alla Berlusconi! :-)

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Il tema musicale, firmato da Keith Emerson, da "Inferno", il film di Dario Argento (1980)




mercoledì 9 giugno 2010

Luca Telese ci scrive

Il nostro amico Luca Telese ha inserito un commento al post del 7 giugno, quello intitolato "Fedeli alla linea". Per dar maggior visibilità al contributo del nostro "Bud Spencer", ho pensato di trasformare il suo testo in un post, con un pizzico di editing per miglior leggibilità (i corsivi e il link che trovate sono stati inseriti da me, così come il contributo multimediale). Authan

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TELESE E' CAMBIATO?

Carissimi,
visto che si parla (anche) di me, mi piacerebbe dire la mia.

E' curioso che qualcuno si chieda: Telese è cambiato? Nel senso che pochi si fanno la domanda giusta: ma abbiamo mai visto una cosa infame come quella di Scajola? Ecco, bisogna partire da qui. Quando ai tempi del caso Biagi diede del "rompicoglioni" ad una vittima del terrorismo pensavo e dicevo le stesse cose. Ho persino scritto, sul giornale, un articolo che ha contribuito (spero) alle sue prime dimissioni.

Quindi vi invito a questa operazione: non chiedetevi se uno si estremizza, ma domandatevi se non c'è il rischio che tutta l'Italia (sopratutto l'opposizione) si stia assuefacendo all'indecenza.

Ma vi voglio fare un controesempio: sono personalmente orgoglioso di tutti gli articoli che ho scritto sul giornale per documentare l'insipienza di Fassino. Allora qualcuno, anche nei blog, mi diceva "sì, ma tu non puoi pensare di essere credibile, anche si ci racconti delle notizie vere, perché tu lavori a Il Giornale, e quindi sei oggettivamente utile a Berlusconi". E se a Omnibus (ci sono intere registrazioni) parlavo male di Berlusconi e del Pd mi dicevano: "Ma tu critichi Berlusconi solo per renderti credibile, in realtà sei funzionale alla critica del Pd".

Bene, vi invito, per esercizio, non dico a leggere il mio libro sulla fine del Pci (una summa teologica di quello che dico da anni), ma almeno l'articoletto che ho scritto sull'assoluta inefficacia di Bersani in televisione. Ebbene, molti tendono a pesare quello che dici a seconda del clichè che hanno in testa. Evidentemente qualcuno penserà: "Telese prova a dimostrare che Bersani è un pirla perché sta in un giornale radicale, e a gridare a Scajola perché sta in un giornale radicale". In realtà io sono perfettamente lineare con quello che dicevo alla Zanzara di un anno fa (quando ero a Il Giornale) e che dico da dieci anni. Ovvero, in estrema sintesi: il bipolarismo all'italiana è una truffa. Berlusconi vince perché l'opposizione a Berlusconi è una tragedia. Meno male che ci sono i Pm che in questi anni hanno messo dentro qualche ladro. Capisco che possa non essere condivisibile, ma lo dico da mani pulite in poi, quasi da un ventennio.

Luca

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Luca Telese come Bud Spencer. Scena tratta dal mitico "Lo chiamavano Trinità".




Picchialo!